'Se impari la strada a memoria di certo non trovi granchè se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te paese significa storia e storia significa lingua impara la tua direzione da gente che non ti somiglia '
8 Agosto 2012
Ogni volta che salgo su un Freccia Argento mi domando come sia possibile che le persone ignorino regolarmente la buona norma di sedersi al proprio posto assegnato con la prenotazione.
O vogliono il finestrino, o preferiscono il corridoio, oppure c’è poco spazio, o magari ce ne è pure troppo. Oppure il vicino di posto puzza.
Fatto sta che oggi mi è andata bene, nessuno ha fatto lo schizzinoso prendendosi la libertà di occupare il mio posto. E la trentenne alla mia sinistra non puzza.
Il coetaneo che a quanto pare viaggia con lei districa il cavo per mettere in carica il suo eBook reader.
Lei preferisce accendere il proprio Macbook.
Hanno tutta l’aria di essere statunitensi.
Sul monitor del gioiellino Apple vedo diversi file con nomi che iniziano con “report”, così ipotizzo che provengano dal mondo accademico e proprio non resisto alla tentazione di domandare loro se sanno dirmi qualcosa sulla borsa Fulbright.
Mi rispondono di si, che la conoscono, che non è facile vincerla, ma rappresenta davvero una buona opportunità.
Mi rincuorano davvero tanto.
"Di dove siete esattamente?”
“Io della Virginia e lui del Kentucky”.
Sono stati a Roma per dei convegni e adesso stanno andando a Firenze per visitare la città.
“State pensando di prendere in affitto un’automobile?” chiedo io, memore del mio giro lì.
“Non so, non penso, vediamo”. Ecco, bravi, lasciate perdere.
Ed una gran bella chiacchierata ha inizio.
Mi parlano di come i nord-americani stanno vivendo la crisi, di come loro siano sempre molto contenti di poter viaggiare per lavoro e di tante altre cose che mi fanno pensare quanto abbia fatto bene a non infilarmi le cuffiette nelle orecchie per ascoltare sempre la mia solita musica.
Riesco a capire bene quello che dicono ed il loro accento non è particolare come quello dei californiani che avevo trovato quasi un anno fa a Roma.
“Chissà se quel californiano si è più sbronzato…?” penso tra me e me.
La mia mente va ai primi giorni passati nella capitale: ricordo nitidamente il californiano che rientrava in ostello con ferite in faccia alle 10 del mattino.
Non sapeva assolutamente spiegarmi come si fosse ridotto così.
“Tsk. Figurati se fosse andato in vacanza in Veneto..!”. Ridacchio tra me e me.
“Treno in arrivo a Santa Maria Novella”.
Non li vedrò mai più, ma va bene così. Me li ricorderò.
Mi guardo attorno, non c’è nessuno e così schiaccio il tasto play su “di chi ti ricordi per sorridere” del primo Fabri Fibra, penso a come l'ho conosciuta e grazie a chi, sorrido tra me e me e in men che non si dica eccomi a Mestre.
Sveglia presto per sistemare tutte le cose.
Svuoto il bagaglio da Roma, preparo quello per oggi.
No, questo no. In Colombia non fa freddo.
Si, questo si. No, questo no. Questo si. Questo no. Questo si. Questo si. Questo no.
Hey! I portachiavi dei miei coinquilini! Si, me li porto in Colombia. Questo no. Questo si.
Realizzo che è tardi e che devo salutare troppe persone in meno di una giornata .
Devo passare per il centro nel primo pomeriggio per prendere una guida della Colombia. “Il solito idiota che va all’arrembaggio del tutto impreparato” – penso – “bè, pazienza, sarà più formativo”.
Faccio una deviazione e bevo un crodino con un vecchio amico che lavora lì in zona.
Mi fa realizzare che non mi fermo da non so quanto.
“Chi si ferma è perduto”.
Adoro i proverbi. Quelli che mi fanno comodo, ovvio.
Bevo un crodino ghiacciato, perché ho troppo caldo per un caffè e per la birretta è ancora presto, secondo qualche regola non scritta che ho imparato a Roma.
Bevo un crodino anche perchè se assumo caffina impazzisco.
La burocrazia per il Visto mi ha quasi portato sull’orlo di un esaurimento nervoso ed il medico mi ha prescritto del Lorazepam.
Ovviamente la questione del calmante per cavalli non è vera ed è unicamente funzionale a suscitare qualche risata tra i miei lettori. (se state leggendo questo blog, iniziate a pensare di prendere qualche psicofarmaco. Dico sul serio eh.)
Però la questione sulla burocrazia è vera (quindi se desiderate fare un giro oltre oceano, armatevi di santa pazienza).
Eccoci all’orario dell’aperitivo.
Troppi assenti, troppo poco tempo, ma quelli che ci sono valgono tanto.
Fa sempre un po’ strano, ma mi ci sto abituando.
“Ciao bella gente, vado in Colombia”.
Il volo da Mestre per l’aeroporto Gatwick di Londra è alle 23.25, ma al mio arrivo a Tessera è già in ritardo di mezz’ora.
Poco male, il prossimo volo che dovrò prendere sarà alle 09.50 del mattino (ora londinese n.d.r.).
Realizzo di avere con me solo il dizionario di spagnolo nel cellulare, quindi vado a comprarne uno tascabile qui nel negozietto a fianco. Sempre perché sono molto organizzato.
Ritardo di un’ora e mezza.
“Signora, una RedBull per favore”.
Ignorando bellamente le riflessioni sulla caffeina, realizzo che la RedBull mi terrà attivo cerebralmente abbastanza per poter cambiare aeroporto nel cuore della notte senza rischiare di finire in Irlanda.
Domattina infatti il volo partirà da un altro aeroporto, Heathrow.
Mi sono sempre chiesto se la mia impressione sulla RedBull abbia un fondamento scientifico: il caffè mi impedisce di prendere sonno, ma sto rincitrullito ugualmente, mentre la RedBull mi da proprio una gran bella svegliata. Qualcuno ne sa qualcosa? (certo che c’è una spiegazione sensata dietro tutto questo, semplicemente si tratta di un patetico tentativo di far scattare meccanismi di interazione con i lettori).
“Da quanto tempo lavora qui, signora?”
“Da quando ho 17 anni”. Sarà sui 45 anni.
“Ahhhh allora ne avrà viste di cose..!”
“Si, ma solo ultimamente la British fa così tanti ritardi …Un’ora e mezza di ritardo..! Non andrò mai a casa ‘sta sera!”.
E’ proprio vero che il tempo è relativo, al posto suo userei la parola ‘notte’.
“Sono passati diversi colombiani di qua, ultimamente?”. Dopo domani c’è una festa nazionale e i voli sono tutti pieni perché i cittadini tornano a casa.
Non so, non li distinguo, mi sembrano tutti uguali”.
“Arrivederci”.
Su questo boeing 737 siedo alla sinistra di una coppia di turisti londinesi sui 50 anni circa, che mi dicono d aver visitato pressoché tutto il Veneto nelle ultime due settimane e sembrano aver gradito molto, così parliamo della vita in Veneto, del prezzi di Venezia, della convenienza di Mestre, di Padova e così via.
Mi sento più fiero di Borghezio. Poi rinsavisco.
Molto gentilmente mi danno delle dritte su come poter cambiare aeroporto nel cuore della notte e tra una chiacchiera e l’altra il tempo vola.
Niente cuffiette nelle orecchie.
Ad occhio e croce attorno a me sono tutti stranieri e la mia ipotesi trova conferma quando all’atterraggio nessun beota applaude.
Mi sento più fiero della regina Elisabetta. Poi rinsavisco.
Sono le 03.00 di notte (ora londinese n.d.r.).
Per andare all’altro aeroporto a quanto pare devo prendere una navetta. Ritiro qualche sterlina per acquistare il biglietto alla macchinetta e vado alla fermata.
Fa un freddo cane per essere estate.
C’è poca gente: conto 5-6 viaggiatori solitari, un gruppo di 4 statunitensi chiaramente vacanzieri e poco più in là alla mia destra su questa panchina c’è una coppia sulla cinquantina.
Mi chiedono informazioni sullo spostamento per Heathrow, ma non ne so granchè.
Provengono dal Colorado, erano su mio stesso volo da Venezia e sono stati in Italia perché il loro figlio lavora in una base militare in Friuli.
Me ne parlano con gran orgoglio.
Domani mattina tornano a casa partendo da Londra nel pomeriggio. Poracci, io aspetterò tanto, ma loro aspetteranno tantissimo!
La signora mi porge una vaschetta, non vedo bene il contenuto, ed io subito entusiasta chiedo se sono biscotti provenienti dal Colorado. I famosi biscotti del Colorado eh! Celeberrimi, no?
No, sono fette di salame di cioccolato. Da Pordenone. Eh vabbè.
Pordenone. Associazione mentale immediata con i Tre Allegri Ragazzi Morti.
Sto quasi per fischiattare “Mio fratellino ha scoperto il rock ‘n roll”, quando realizzo che forse alle 3 di notte non è propriamente indicato fischiettare. Anche se ci si trova in un aeroporto semi deserto.
Ecco la navetta.
L’autista è Super Mario cinquantenne e con la pancia da spritz.
La famosa guida a destra! Ridendo e scherzando ho visto diversi paesi d’Europa, ma non sono mai passato da queste parti, quindi è la prima volta che vedo guidare a destra. Che cosa strana!
Obbligo di mettere le cintura per tutti. Una grande cosa!
Qualche sedile più indietro una britannica dal per me fastidiosissimo accento posh parla della Germania a due studenti nord-americani che sono stati a Londra per le vacanze dopo aver finito il liceo.
In verità parla ad uno solo dei due, perché l’altro si è spento sul sedile, con tanto di accenno di bavetta alla bocca.
Credo però che lei stia svegliando più o meno tutti qua dentro con le sue storie su Hitler, sulla Germania e anche sulla sua professione da architetto.
Non importa, la perdono perché si vede che è clamorosamente appassionata.
Giro la testa dall’altra parte e scatto qualche foto dal finestrino come un perfetto imbecille, dato che è notte ed Enrico la talpa di Lupo Alberto vedrebbe meglio.
La zona antistante Heathrow ricorda vagamente il parco San Giuliano di Mestre. Quello degli uragani all’Heineken Jammin Festival, per intenderci.
Saluto la coppia del Colorado con molto piacere.
“Good talk, man”, mi dice lui.
Credevo che 'man', come 'buddy' o 'mate' lo dicessero solo i giovani, invece a quanto pare è usanza pure tra i 50enni. Chissà se a Napoli dicono 'frà' anche quando raggiungono la pensione..?
Due giorni dopo un rifiuto umano sarebbe entrato armi alla mano in un cinema del Colorado uccidendo una dozzina di persone.
Che magone.
Sono appena le 5 del mattino e ci sono già moltissime persone, questo aeroporto è enorme.
Mi fermo a mettere sotto carica il cellulare in un bar e già che ci sono mangio un panino con una salsa improbabile, ma davvero sfiziosa.
Ad occhio e croce anche qui attorno a me sono tutti stranieri e la mia ipotesi trova conferma quando un cameriere fa cadere 4-5 bicchieri per terra: nessuno beota applaude, nessuno ridacchia. Nessuno schiamazzo.
Mi sento più fiero della regina Elisabetta. Poi rinsavisco. Di nuovo.
Mi sposto da una zona all’altra, vado in una sala d’attesa, poi in un’altra, e un’altra ancora fino a quando arriva il momento di fare il check-in.
“Perché va a Miami?”
“Devo passare per Miami per andare a Cali, Colombia”
“Cosa deve fare a Cali?”
“Attività con la Universidad Santiago De Cali”
“Ha qualche documento con sé?”
Per fortuna si. Grazie mamma per avermi fatto nascere in Italia e avermi abituato alla burocrazia ignobile di questo glorioso paese.
Faccio vedere il contratto, il passaporto con l’ESTA e tutte le altre carte che avevo saggiamente controllato più volte di aver messo nello zaino.
"Come si chiama?"
Ma WTF?! C’è scritto nel passaporto! Ah, si! Sta facendo delle prove per vedere se sono io, oppure se sono un terrorista.
Oppure sta prendendo tempo mentre mi infilano della droga nelle tasche senza che io me ne accorga.
Anzi, no, quello potrebbe succedere in Colombia, secondo quanto ho letto in un blog di uno di rifondazione dal dente avvelenato con le forze dell'ordine. O forse era nel blog www.nonhomaimessoilpiedefuoridicasaeparloavanvera.blogspot.com
"Quando è partito?”
“Ieri”
Gli mostro la prenotazione del volo Venezia-Londra.
“A che ora era il volo?"
Occacchio, non ricordo, questi spostamenti mi stanno rimbecillendo. Ah si!
"11:25 pm, però era in ritardo”
"Ok, mr, vada pure, buon viaggio!”
Lo ringrazio, stringo la mano per compensare la possibile faccia seccata e proseguo il mio iter.
Avete presente i disaster movie in cui gli arei sembrano tutti super fighi, con file da 2+4+2 posti, schermi sul retro di ogni sedile, pasti e spuntini vari, e qualsiasi genere di confort? Ecco, uguale.
Solo che è credibile pensare che nelle prossime 9 ore e mezza nessun esaltato proverà a dirottare un bel niente.
“Un bloody mary, per favore”.
Il mio vicino di posto sulla trentina ordina il famoso drink a base di vodka e succo di pomodoro.
Ha un nome interminabile, ma mi dice che posso semplicemente chiamarlo Mike, abita vicino Londra e va spesso a Miami per motivi di lavoro. Si occupa di telecomunicazioni.
Non mi stupisce quindi quando vedo chiaramente l’icona di Banjo sul suo smartphone e quando mi fa un discorso assolutamente condivisibile sulle nuove tecnologie. (gli italiani che utilizzano Banjo sono davvero pochi e sono per lo più degli addetti ai lavori. Oppure sono degli stalker n.d.r.).
Niente cuffiette nelle orecchie.
Le 9 ore e rotte passano relativamente veloci tra una chiacchiera e l’altra, tra una birra e un bicchiere d’acqua, tra una mezz’oretta di sonno qua e là.
Menzione particolare per l'hostess che mi urta sistematicamente col carrello ogni volta che riesco ad addormentarmi come si deve. Mannaggia a lei!
Un altro bloody mary. E un altro. E un altro ancora.
Atterro a Miami alle 14:20 (ora locale e ormai non ho più idea di quale ora sia in Italia n.d.r.)
Il mio ultimo volo, quello per Cali, è alle 16:35, per cui devo muovermi.
Seguo le indicazioni e salgo su una specie di trenino quasi fantascientifico che mi porta dall’altra parte dell’aeroporto.
Ci sono da fare però i controlli per l’immigrazione.
Un macello di gente e il tempo passa troppo velocemente.
Rischio di non arrivarci minimamente in Colombia.
Mike che si trova nella coda a fianco mi suggerisce di chiedere a chi sta avanti di farmi passare.
Io che sono testardo e detesto chiedere aiuto, lascio perdere.
Ci ripenso una ventina di minuti dopo quando mi accorgo che dietro al bancone sono lentissimi.
“Scusate, sto per perdere il volo, posso superarvi?” e faccio vedere la prenotazione alla gente avanti.
“Vai vai”
“Grazie, molto gentili”.
Scansione delle impronte digitali, un paio di timbri e via.
Vorrei fare un cenno di ringraziamento a Mike, ma l’ho perso di vista.
“Al ritorno berrò un bloody mary alla tua salute” penso, e corro via in cerca del posto dove fare check-in.
40 minuti scarsi alla partenza del volo.
Questo aeroporto è un labirinto, o probabilmente sono io che sto sclerando per le tempistiche ristrette (che non sono dipese da me, ma questo è un altro discorso n.d.r.).
Vedo delle persone con una divisa bianca e spiego loro la questione: mi dicono di non preoccuparmi e che ci penseranno subito loro a portare la mia valigia al giusto aereo.
Speriamo bene, ci manca solo che io perda il bagaglio..!
Proseguo, passo altri controlli.
La bottiglietta d’acqua che mi hanno dato in aereo..! E’ rimasta dentro il bagaglio a mano. La pseudo-poliziotta me la butta. Eh vabbè. Baci, abbracci e tante care cose.
Salgo sull’ultimo aereo col fiatone.
Qui parlano tutti spagnolo. Che bellezza.
Bè, a questo punto non mi resta che prendere il dizionario di spagnolo e sfogliarlo.
Volutamente niente cuffiette nelle orecchie.
La signora alla mia destra mi guarda sorridendo.
“Non conosci lo spagnolo, eh?” ipotizzo che mi stia chiedendo questo.
“Eh no. Lei parla inglese?”
Lo parla un pochino, perché ha viaggiato molto. E’ stata anche in Italia, a Siracusa.
Mi prende in simpatia perché sostiene che assomigli un sacco al suo nipote. Mi fa vedere una foto ed effettivamente la stempiatura è la stessa.
Mentre mi spiega alcune cose di spagnolo, prendo appunti su un paio di post-it stropicciati. Sempre perché sono molto organizzato e non ho alcun quaderno con me.
E’ di Cali, mi parla della sua città, dei barrios (quartieri n.d.r.) migliori in cui vivere, dei piatti tipici e così via.
Si chiama Gladys, mi scrive il suo numero su uno dei miei post-it e mi dice che per quasiasi cosa è felice di aiutarmi.
Di una cordialità disarmante.
3 ore e 40 minuti dopo sono arrivato a destinazione.
Ecco la mia valigia. L'efficienza statunitense! "Chissà che fine avrebbe fatto in un aeroporto italiano..?" penso polemicamente.
Sono le 19:15 (ora calena n.d.r.).
“Excuse me, where is the toilette?”
“Cmo?”
Ah si!
“Dónde está el baño?”
Un uomo in divisa mi indica una porta sulla destra.
"Muchas gracias!”
“De nada, amigo. Bienvenido a Colombia!”
Ciao bella gente, sono in Colombia.
E intendo ridurre notevolmente l’uso delle cuffiette.